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L'Italia unita compie 150 anni. Un secolo e mezzo è trascorso da quando nel cortile di Palazzo Carignano a Torino il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato italiano.
Riflettere sulle condizioni dell´Italia dopo 150 anni di storia unitaria, dei quali 85 di monarchia e 65 di repubblica, si presta anche ad un consuntivo che riguarda al tempo stesso le condizioni economiche e politiche del paese e i suoi valori culturali e morali.
Il tema consentirebbe molte citazioni, poiché i protagonisti sono tanti e ancor più quelli che hanno studiato quelle vicende, parto da una di Ingeborg Bachmann, poetessa austriaca, tratta dal libro di Marcello Fedele “Né uniti né divisi” sulle anime del federalismo all'italiana: «In ogni testa c´è un mondo e ci sono delle aspirazioni che escludono qualsiasi altro mondo e qualsiasi altra aspirazione. Eppure noi tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine». Un sogno. L’Italia.
Ogni sogno è un atto di creazione. Un’esplosione di slanci, aneliti, ragioni, convinzioni. Immaginare qualcosa che ancora non è, ma che sarà. “Poesia bella” è stato il Risorgimento italiano, secondo Benedetto Croce, una poesia che sa di terra e sangue. Battaglie di campo e mediazioni di palazzo. Più che creazione, dunque, costruzione di un sogno. Un grande sogno che sboccia nei versi di Dante e Petrarca, si forgia nel pensiero di Machiavelli e Guicciardini, ed esplode nell’immaginazione desiderante di quei ragazzi che infiammano l’Ottocento di passione, libertà e ricerca di un futuro comune. Dopo il tempo delle “piccole patrie” e delle “ridicole signorie”.
Il Risorgimento è quel tratto di storia patria che ebbe come prologo la repubblica napoletana del 1799, continuò con i moti carbonari del 1821, con la fondazione della Giovane Italia del ‘30, con i moti del ‘31, con le Cinque Giornate milanesi del ‘48 e poi con la prima guerra d´Indipendenza, la repubblica di Roma del ‘49, l´insurrezione di Venezia, la sconfitta di Novara, la guerra del ‘59 in alleanza con la Francia, la spedizione garibaldina del ‘60 e infine la proclamazione dello Stato unitario nel marzo del ’61. Fu un esempio della collaborazione degli uni con gli altri affinché qualcosa andasse a buon fine. Regioni, città con lingue, tradizioni, problematiche diverse, diversissime… attraversate, come un’onda inarrestabile, da un moto comune. In modo prodigioso. Se dovessimo tracciare un simbolico viaggio del risorgimento scopriremmo l’Italia, tutta intera.
Le aspirazioni erano diverse, come è normale che sia. Ma la storia una sola. Una storia intricata. Non soltanto eroica e palese. Una lotta di potere. In Italia “dal Risorgimento in avanti la nazione è sempre stata una costruzione assai fragile, un progetto rivolto a combattere le non sanate fratture interne”. Io credo che il dibattito revisionista sul Risorgimento, che fu aperto a sinistra da Gramsci e dalla parte cattolica da Sturzo, sia stato utile e culturalmente fecondo. I continuatori furono liberali e radicali: Luigi Einaudi, De Viti De Marco, Maffeo Pantaleoni. Non altrettanto fecondo è stato il revisionismo più recente, che si trasformò in una denigrazione sistematica del moto risorgimentale con una venatura abbastanza evidente anche se dissimulata di nordismo. Fece da apripista al leghismo becero che ormai è un potere in grado di condizionare l´intero assetto politico del paese. Una storia difficile.
Studenti, artisti, poeti, operai, borghesi, popolani. Ci sono loro sulle barricate a Milano, durante le cinque giornate, in mezzo a materassi, mobili, baionette, spuntano anche i berrettini e le lentiggini dei ragazzini orfani che scappano dai collegi e si improvvisano staffette. Una storia romantica. Per le strade e nelle piazze, negli scritti e nelle scelte di vita, ci sono sempre i giovani a sfidare a viso aperto divieti, censura, eserciti stranieri. Giovani e forti, idealisti e cosmopoliti. Come Piero Maroncelli, cantautore impegnato, diremmo oggi, che lavora per casa Ricordi e paga per le sue idee rivoluzionarie. Si fa 10 anni di Spielberg con Silvio Pellico, va esule a Parigi e finisce ad insegnare musica a New York. Viaggi e inquietudini, pensiero e azione, sono le stelle polari di quei ragazzi che fremono di vita e di ideali. Anime inquiete e tormentate, la gioventù ribelle mette in campo audacia di pensiero e intraprendenza di azione. Affronta il destino, si butta dentro imprese destinate al fallimento. È così per i fratelli Bandiera, e per il socialista Carlo Pisacane, fra i primi a lottare per l’emancipazione e il riscatto delle plebi contadine del Sud.
Noi siam da secoli calpesti e derisi/ perché non siam popolo/ perché siam divisi, scrive un patriota genovese, Goffredo Mameli, prima che Michele Novaro metta in musica quelle parole, e che quell’inno diventi Fratelli d’Italia. Una speranza di condivisione, una prospettiva di fratellanza. Non più divisi, ma uniti. La direzione giusta. È così che da Bergamo, e dalla pianura Padana, una torma di ragazze e ragazzi si mette in movimento e raggiunge gli scogli di Quarto, nei pressi di Genova, per unirsi a Garibaldi, l’eroe dei due mondi. Salpano verso una riva lontana, dentro la camicia rossa la consapevolezza grande e tremenda di partecipare ad una sfida che non ammette exit strategy: ”Qui si fa l’Italia, o si muore”. L’eroismo di chi è andato a morire ”senza curarsi che qualcuno lo scrivesse”, l’avrebbe vista così, anni dopo, Winston Churchill. L’epica mediterranea e soleggiata dei Mille. La spedizione dei Mille è stato il nostro grande viaggio. Il mito fondativo, il fuoco intorno al quale stare insieme per ascoltare il racconto di una epopea che non è mitologia immaginaria ma una storia di giovani che smettono di pensarsi vittime e si trasformano in vincitori quando cominciano a pensare, e ad agire, come comunità. La coesione sociale è oggi una lastra di vetro che può infrangersi con conseguenze letali per tutto il Paese: un abisso, nel quale la gioventù meridionale, quella con cui si è fatta l’Italia, rischia di scomparire diventando un esercito di disperati abbandonati a se stessi, senza futuro e senza presente.
1849. Prendiamo quei ragazzi, la meglio gioventù: Goffredo Mameli, Luciano Manara, Emilio Morosini, i fratelli Dandolo, e le centinaia di volontari arrivati da tutta Europa a combattere fino all’estremo sacrificio per difendere la Repubblica romana, il suffragio universale, la libertà di stampa, quella Costituzione che metteva al centro la sovranità del popolo, e che prevedeva la separazione tra Stato e Chiesa, l’abolizione della pena di morte, la libertà agli ebrei rinchiusi nel ghetto. Il diritto all’insegnamento e all’inviolabilità del domicilio. Un testo evoluto che afferma un principio fondamentale della democrazia. La fine della distinzione per censo e l’uguaglianza dei diritti. Pari opportunità per tutti. Pur effimera e velleitaria, la Repubblica di Mazzini e Garibaldi trascina il popolo di Roma, e il fior fiore dei patrioti risorgimentali. Della statura di Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, carrettiere di Campo Marzio, che viene arrestato e fucilato con i suoi due figli, e la cui storia emergerà come una diamante dalla sabbia grazie al film di Luigi Magni, “In nome del popolo sovrano”. Muore Mameli colpito ad una gamba ed invaso dalla cancrena. E come lui altri fratelli d’Italia difendono Roma fino all’ultimo giorno di giugno, quando, dopo 150 giorni, viene spento il sogno di libertà e di uguaglianza della Repubblica romana. E chi l’ha spento fu proprio l’esercito di quel Paese che aveva partorito l’illuminismo, la rivoluzione, e quel motto, liberte-fraternitè-egalitè gravido di attese e di utopie. Uno dei più grandi spettacoli della Storia si chiude con la sconfitta dell’idea di un patriottismo repubblicano. Nella carne viva del Risorgimento, e nel corpo devastato della Repubblica romana, restano impressi i valori di quella masnada di giovani idealisti avidi di un mondo nuovo. Ragazzi. Sì tanti giovani. E cosa è stato di quei giovani, cosa abbiamo imparato da quell’entusiasmo che è stato il motore di un’idea che guardava lontano in modo concreto. I giovani, sono loro il futuro appunto. Dobbiamo aiutarli: istruzione, prospettive occupazionali, valori a cui riferirsi. Queste sono le rotte… Le rotte? Naufragar m’è dolce in questo mar… Mica poi tanto. La scuola pubblica è dilaniata, attaccata, derisa, la ricerca è ridicolizzata. I nostri cervelli, i nostri amici scappano. Per le quote latte il governo toglie fondi ai malati di cancro, o meglio, delle multe che l’Italia deve all’Europa perché i mandriani del Nord si sono rifiutati di stare nelle regole. E ci si dimentica di quella bieca mossa elettorale che voleva il cancro sconfitto entro pochi anni. Serietà, vi prego e rispetto. Non servono tetti occupati o proteste continue. Un muro di gomma respinge al mittente, non se ne cura, sbeffeggia, irrita, provoca. La media nazionale della disoccupazione giovanile segna un pauroso 30 per cento, nel Sud tocca il 40 con punte del 50, nei curriculum i ragazzi sono costretti a dire mezze verità, non per accrescere le proprie professionalità, per sminuirle, si assume in modo precario e a quarant’anni quando si spera di aver terminato questa umiliazione ci si scopre profili troppo maturi. I valori? Non c'è più pudore, giudizio e decenza. Abbiamo l’obbligo di occuparci tutti di progresso sociale, morale e civile. Dobbiamo tutelare le nuove generazioni perché possiamo vivere, oggi, soltanto grazie a loro un altro risorgimento senza spargimenti di sangue ma con un’invasione d’idee, talenti, entusiasmo. Una lotta che include. Non come quella che si sta svolgendo da anni una lotta di tutti contro tutti per la conquista dell´egemonia e del potere, il suo rafforzamento e la sua estensione, senza più alcun disegno del bene comune. Una lotta che esclude, nella quale ciascuno dei protagonisti si sente depositario della verità e della legalità; ciascuno le plasma a proprio piacimento e se ne vale come armi contundenti; ciascuno si esprime in termini ultimativi chiedendo una resa o la cancellazione degli altri. Quando un Paese in tempi di tempesta dà questo spettacolo di sé, vuol dire che siamo arrivati ad un punto di svolta estremamente rischioso. Ho usato fin qui il verbo al condizionale, sembrerebbe, si direbbe, ma si tratta di un´inutile cautela. La situazione di pericolo e di fragilità che stiamo attraversando richiede il verbo all´indicativo: il pericolo c´è, è evidente e palpabile.
Quando un terzo della generazione giovane è escluso dal lavoro; quando le diseguaglianze di reddito e di ricchezza sono arrivate a livelli intollerabili; quando la distanza tra Nord e Sud raggiunge livelli del 40-50 per cento per quanto riguarda l´occupazione, il reddito, le infrastrutture, la criminalità, gli sprechi amministrativi, l´assistenza sanitaria, l´efficienza educativa, l´economia sommersa; quando tutto questo avviene e si aggrava giorno dopo giorno senza che la classe dirigente se ne dia carico e vi ponga riparo, ebbene, occorre che l´allarme sia lanciato affinché gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani di buona volontà si uniscano scrollando dalle loro spalle indifferenza e delusione e prendano in mano il proprio destino e quello della comunità, parlino tra loro e si ascoltino. Per risalire la china in cui siamo precipitati, «abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine».
Sventoliamo la bandiera tricolore. I tre colori e i tre principi: libertà eguaglianza fraternità. La rinuncia a quei tre colori e a quei tre principi significherebbe la fine dell´unità perché su di essi si basa il patto costituzionale.
Senza troppa enfasi so benissimo che la data di questa festa è, come ogni anniversario del resto, un simbolo. I simboli, i riti, le celebrazioni sono estremamente importanti per ogni individuo e per le comunità. Servono a ricordare, a coinvolgere, a raccontarci, a preservare e rafforzare un’identità. Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mi ripeto, siamo fortunati a viverla, a ripensare da dove veniamo. Una lezione di storia collettiva e mediatica sta avvolgendo tutte le generazioni in questi giorni. Senza passato non c’ è futuro, anzi senza conoscere il proprio passato non possiamo avere gli strumenti per pensare ad un futuro che abbia senso. Parole che, in bocca a noi amministratori, sono macigni. Parole che, in modo forse ingenuo e appassionato, emozionano, anzi è proprio il passare del tempo a rendere questi concetti, questi momenti più emozionanti. Allora non capisco, francamente, come parte del popolo italiano abbia così tanta tracotanza nel trattare con sgarbo la necessità di un paese di celebrarsi, raccogliersi, mettere ordine a questo caos… Non capisco perché si discuta questa festa laica, quindi di tutti. Perché solo la laicità di uno stato è garanzia di uguaglianza, rispetto per le diversità, base per il progetto ambizioso, a cui uno stato serio e moderno deve puntare, di pari opportunità per tutti. Perché il 17 marzo fa paura? Perché fa paura celebrare l’unità d’Italia, perché dobbiamo vergognarci di celebrare i nostri patrioti, molti giovanissimi, che hanno dato la loro vita da Torino a Milazzo e sono stati un riferimento culturale, una speranza per tutto il mondo? Non mi si dica che un giorno, in un anno in cui non ci sono tra l’altro ponti festivi, possa minare ancora di più la crisi economica. Anzi, per un paese come il nostro a vocazione turistica, è un’opportunità, un’occasione per celebrare la nostra cultura, esaltarne la propria ricchezza, vantarsene…. “Oh mia patria sì bella perduta…” canta in piedi il pubblico commosso all’Opera di Roma al bis del “Va’ pensiero”durante la rappresentazione del Nabucco di Verdi diretta da Riccardo Muti. Quei versi, dice il maestro, si sposano alla situazione tragica e ignominiosa dei tagli verso la cultura e quindi all'uccisione squilibrata, vile, assurda della nostra identità nazionale.
La conoscenza degli splendori e delle miserie del nostro stare insieme diventa così un modo per andare oltre le contrapposizioni novecentesche, i pregiudizi ideologici, i luoghi comuni. Serve a incontrarsi e a riconoscere la nostra storia. Quello che si è fatto, e quello che c’è ancora da fare. Aiuta a catturare quella spinta necessaria per immaginare un orizzonte di cambiamento. Un progetto di (ri)costruzione. Il nostro futuro comune. Tra declino e potenzialità, chi siamo, e cosa possiamo diventare. Un grande Paese, che ha sempre voglia di provarci, e non ha perso la speranza di sognare un nuovo Risorgimento, che poi è sempre una storia di bella poesia e gioventù vitale. Quell’“Italia viva” che il giovane Enzo Biagi immaginò da ragazzo, mentre combatteva in montagna, e di cui lasciò traccia sul foglio azionista, “Patrioti”, il 22 dicembre 1944: “Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di solidarietà leghi tutti gli italiani, tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino”. Viva L’Italia. |
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