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Il primo Consiglio Comunale come il primo giorno di scuola. Un po’ è vero ma non del tutto. A trent’anni le cose le vivi, le pensi, le senti con uno spirito nuovo. Ti accorgi per esempio che in quei banchi è passata la storia, nostra locale e per questo ancora più decisiva per me, la mia famiglia, la mia gente. Nel banco di sotto al mio ha seduto mio nonno, consigliere negli anni sessanta, più o meno alla mia età. Vedi tutta quella gente fuori del recinto consiliare e capisci che rappresenti una comunità, sei un piccolo anello della catena ma comunque essenziale. Ti sei preso una gran bella responsabilità, che devi imparare a guardare, a capire abbattendo i muri della tua testa e pensando al futuro del posto dove sei nato e dove hai voluto metter su famiglia.
“La storia siamo noi”, già, fa venire i brividi. Come me c’erano altri debuttanti e in tutti ho visto voglia, emozione, orgoglio. Negli occhi si leggeva benissimo il cammino, figurato ma soprattutto fisico, intrapreso per essere arrivati a quella mattina. Stesso cammino ma molto più lungo era quello dipinto negli occhi un po’ lucidi di politici più navigati, che hanno sentito forte la soddisfazione e la fatica di avere raggiunto cariche più autorevoli. Commuoversi non è una debolezza, è dare un senso e un colore alle proprie passioni, a qualsiasi età. La politica sicuramente ha dei contorni sbiaditi o grigi che alimentano lo stereotipo negativo ma se vissuta con questo senso autentico di rappresentanza, magari ingenuo, sa essere emozionante e utile per chi la fa. Solo così può essere utile per chi, votandoci, ci ha premiato con un’elezione.
Primo capitolo, parafrasando Luis Sepulveda, del diario di un "consigliere" sentimentale. |
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