riflessioni Politica Il dopo Veltroni
 
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Scritto da Alessandro Ferri   

L’ultima fase della vita del Partito Democratico è stata segnata da due episodi di cruciale importanza: le dimissioni del segretario Veltroni, sconfitto più dalla diatriba interna che dagli insuccessi elettorali (in primis quello sardo), e l’avvio della nuova gestione politica inaugurata dall’ex PPI Dario Franceschini, fino a poco tempo fa vicesegretario. A sole due settimane dalla (necessaria, viste le implacabili scadenze elettorali) elezione alla segreteria, Dario Franceschini ha imposto un netto cambiamento di rotta rispetto alla passata gestione del partito, soprattutto a livello comunicativo.

Concentrarsi su poche, efficaci proposte (l’estensione dell’indennità di disoccupazione e l’aumento di due punti IRPEF ai redditi superiori ai 120.000,00 € lordi), insistendo sugli stessi attraverso i mezzi di comunicazione, e azzerare la competizione interna, cercando di evitare l’assordante frastuono di voci discordi che aveva caratterizzato la vita del PD dalle elezioni di aprile in poi. La proposta dell’assegno ai disoccupati, bisogna riconoscerlo, ha colpito nel segno: tacitamente approvata anche da certe parti della maggioranza (Lega Nord), è stata valutata positivamente anche da buona parte dell’elettorato (a quello che dicono i sondaggi), tanto da rappresentare – primo caso nella storia della corrente legislatura – un esempio di opposizione che detta l’agenda politica alla maggioranza.

Accampandosi dietro scuse francamente inconsistenti (“abbiamo già risolto il problema”, “l’assegno sarebbe un incentivo (sic!) ai licenziamenti”), il premier Berlusconi ha palesato una certa difficoltà di fronte a una proposta sensata e non campata in aria (al punto che la segreteria e i gruppi parlamentari PD hanno predisposto un dettagliato piano di recupero delle risorse per coprire gli eventuali ammanchi di spesa). Che poi la mozione presentata in Parlamento sia stata – prevedibilmente – bocciata, era abbastanza scontato.

Ma il ruolo di un’opposizione democratica e responsabile deve essere proprio questo: è sulla base delle idee che propone al governo che si può misurare il suo tasso di "attività", o meglio di efficacia. Sono rari i casi in cui provvedimenti nati dall’opposizione riescono ad essere approvati dal Parlamento, e credere che il PD riesca, con i numeri che si ritrova (evidentemente insufficienti a formare una maggioranza su una determinata mozione, neanche con l’appoggio di IDV e UDC), a farlo, è semplicemente non aver capito (o fare finta di non aver capito) quali sono i meccanismi alla base del nostro sistema istituzionale. Ma se pure il leader dello schieramento a noi avverso, come avrebbe detto l’ex segretario, è arrivato a proporre di far votare quasi tutti i provvedimenti in commissione, attribuendo i diritti di voto ai soli capigruppo (con la mediazione di una inspiegata “facoltà di veto” da parte dei parlamentari “dissidenti”), quasi che la democrazia repubblicana possa ridursi ad un pour parler tra pochi sodali (l’attuale maggioranza, si ricordi, conta solamente due capigruppo per ramo parlamentare: quello del PDL e quello della Lega, più quello del gruppo misto, cui aderisce il Movimento per l’Autonomia del governatore siciliano Lombardo), bisogna ammettere che non sono pochi quelli che avrebbero bisogno di un ripasso in materia di democrazia.

 

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