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Chicago: Intervista ad un Cervello cortonese in fuga Stampa E-mail
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Scritto da Albano Ricci   

Ciao Marco, tu lavori e vivi a Chicago ormai da più di un anno: proprio nel periodo dell’elezione di Obama.

Chicago è la città dove il neopresidente si è formato e fatto le ossa, città stacanovista, progressista… quanto ha inciso lo stile Chicago su Obama, sul nuovo corso dei Democratici e sul nuovo progetto USA?

Premetto che queste sono domande a cui forse un esperto di politica americana potrebbe rispondere, non un semplice visitor quale io sono. Ma ti posso parlare della gente di Chicago. E di che cosa a Chicago succede. Hai detto bene: Chicago è una città stacanovista e progressista, molto liberale, ricca, straricca di iniziative di ogni genere. Ma è anche la città in cui si registra il maggior numero di omicidi ogni anno ed è la città simbolo del potere, se non ”corrotto”, sicuramente “manovrato”. Tanto è vero che

il governatore dell’Illinois, Blagoevich, ha rimesso di recente il suo mandato per uno scandalo che vedeva il suo coinvolgimento circa l’occupazione della poltrona di senatore dell’Illinois lascata vacante da Obama. (Forse in Italia non ne avete sentito parlare perché qui, appena saputo di questo scandalo, il governatore è stato condotto nell’aula del governo dell’Illinois e all’unanimità le persone con le quali il giorno prima scherzava e andava a cena lo hanno silurato senza pietà in maniera plebiscitaria). Comunque, quello che sicuramente questa città ti dà è la cordialità e l’educazione. Formarsi qui significa confrontarsi con una realtà multiforme, con un mondo che passa alla svelta dal ghetto alla cima di un grattacielo. Una città estremamente tollerante, aperta, in cui tutti, con umiltà e, quello che più mi ha conquistato, estremo senso civico, fanno il loro dovere. E forse proprio il confronto con le mille sfaccettature di questa realtà ha inciso sul modo che ha Obama di vedere le cose e poi di trasporle alla gente.

Le differenze nel gestire la politica tra l’Italia e gli Stati Uniti sono evidenze assolute o il sistema del potere si assomiglia?

Ti ho fatto prima l’esempio di Blagoevich, ma ce ne sarebbero altri. Ma questo è particolarmente diagnostico: ti mostra le due facce della medaglia. Da una parte ti dimostra che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Dall’altra però, ti fa vedere come qui sia così assolutamente intollerato chi inganna e “frega” (e se ne frega) del popolo. Se mi permetti ti faccio due considerazioni a livello personale. Quello che mi sembra che in Italia si stia definitivamente perdendo è il senso, bada bene, non della giustizia, bensì dell’ingiustizia! Cioè oggi uno sembra condannabile e perseguibile solo se ammazza stupra e rapina (non ruba, rapina!). Se fai ingiustizie meno “direttamente” aggressive, più o meno te la cavi sempre. Questo genera una sorta di apatia nei confronti della politica, non una vera e propria sfiducia, ma un menefreghismo generalizzato generato dall’impotenza. Qui invece se non rispetti le regole, se hai il minimo problema con la legge, non esiste che tu faccia politica. Ciò non significa che non ci sia corruzione, ma se non altro il cittadino non si sente preso in giro, perché chi corrompe viene messo in minoranza. E in questo, cioè nel far sentire il cittadino parte della cosa pubblica, Obama è stato un maestro. Ha davvero ridato credibilità ad una intera classe politica, quella americana, soprattutto ad alti livelli, che dai tempi di Nixon non vedeva periodi cosi bui. Seconda cosa: la corruzione. Ho trovato molto interessante il parere di un anziano signore dell’indiana che ha contatti di collaborazione con una piccola industria a Torino. In America, la corruzione è soprattutto, a livello amministrativo, indirizzata al mantenimento o all’ottenimento del potere. In Italia, e non credo sia sbagliato, la corruzione è più indirizzata al favore in cambio di denaro. Per carità ciascuno dei due atteggiamenti è altamente deprecabile, ma il punto è che dove contano i soldi, poi si sa che i soldi sono quelli dei cittadini.

Quali sono le caratteristiche dei Democratici americani? Lo pensi un modello esportabile nel nostro paese?

I democratici americani sono liberisti, tolleranti e guardano molto avanti. Diciamo che sono lontani essenzialmente da petrolio (anche se ciò non significa non usarlo), armi (anche se non ripudiano la guerra) e chiesa. Il modello non è assolutamente esportabile in Italia, perché questo modello lo fanno alla fine i cittadini, e il loro flusso di coscienza. In Italia manca una coscienza progressista, almeno in gran parte del paese e anche un po’ di senso di appartenenza, se non quando gioca la nazionale. In generale, possiamo dichiararci democratici, ma poi si ha sempre paura dello straniero, si rifiuta la ricerca, si cerca in ogni caso di tirare acqua al proprio mulino. E fin qui mi sono riferito alla cosiddetta base. Circa i dirigenti politici, importare questo modello in Italia richiede un’onestà intellettuale e un’assenza di clientelismo che secondo me ancora siamo molto lontani dall’avere. Il sistema (democratico) americano si basa su una cosa che è fondamentale: l’ammissione della propria sconfitta, il farsi da parte. La Clinton e Obama si sono tolti gli occhi durante le primarie, poi insieme si sono avvicinati alla Casa Bianca. E McCain ha combattuto benissimo, ma poi si è complimentato in maniera estremamente elegante con il vincitore. In Italia se sei sconfitto, inneschi un meccanismo di ripicca che mina l’unità e porta inevitabilmente alla disfatta. Perché sì, è vero che avere degli ideali è bello, ma se non sei tu a portarli avanti non è poi così bello. E quindi Prodi cade due volte di fila, Veltroni si dimette. E questo è quanto.

Chiaramente mi saprai parlare di ricerca italiana e americana…

Certo che te ne so parlare. Ma preferirei evitare. Solo un paio di considerazioni. Penso di essere stato sfortunato in Italia io, non credo che sia giusto generalizzare e gettare fango a destra e a manca indistintamente. I soldi sono importanti, e in Italia non ci sono per la ricerca. E alla fine è comprensibile: se uno pensa alla gallina domani invece che all’uovo oggi perde la poltrona perché inevitabilmente deve fare scelte impopolari. Quindi credo che in Italia i soldi non ci saranno mai. Ultima considerazione: lavorando qui mi sono reso conto che i soldi sono solo il 34 % del problema: la mentalità è ciò che realmente manca dalle nostre parti. In Italia non si genera ricambio, e non si ammette cambi di ruolo. In periodo di piena crisi, qui Obama nel suo stimulus package non ha nemmeno minimamente sfiorato i fondi federali per la ricerca, ha dichiarato pubblicamente che con la ricerca gli Stati Uniti guideranno il mondo ed in nome della bontà della ricerca, anche se “altrui”, non ha esitato a negare soldi alla Chrysler a meno che non si fossero appoggiati alla tecnologia FIAT. Non lo so, ma ho come l’impressione che gli USA ce la faranno, magari non adesso, a trovare fonti di energia alternative e sganciarsi finalmente dal petrolio.

Su quali altri ambiti dobbiamo imparare dagli States?

Non saprei, questa è una domanda difficile che richiede di fare delle generalizzazioni da una parte e dall’altra. Cioè bisognerebbe dare per scontato che l’America sia tutta come Chicago e che l’Italia sia tutta simil-Berlusconi. Ma una cosa la devo dire: il senso civico, nel senso proprio dell’educazione, della disponibilità e dell’onestà anche intellettuale, è una cosa che davvero dovremmo imparare in Italia.

Cosa deve imparare l’America dalla Vecchia Italia?

Un po’ più di flessibilità, che purtroppo da noi, ahimè, si è trasformato in sbraco. Qui la burocrazia è veloce, ma è poco flessibile, è scrupolosa, fino, alle volte, all’esasperazione. E poi in America dovrebbero importare i due più grandi tesori dell’amministrazione italiana: la Sanità (Obama ci sta lavorando) e l’istruzione pubblica. Sì, anche qui dovrebbe essere lo stesso.

Springsteen per Obama, Ruggeri per la vecchia AN che chiude i battenti, Fossati per il nuovo PD di Franceschini… Quanto e come conta l’immagine per un uomo politico in America?

Paradossalmente tantissimo. E dico paradossalmente perché il politico italiano che più si avvicina a Obama in Italia è proprio lui, Silvio Berlusconi. Il problema è che entrambi sanno quanto conta avere sempre a stretto contatto l’elettorato, solo che per fare ciò Obama si affida a discorsi bellissimi, sentiti e pregni di speranza, Silvio invece deve fare le corna nelle foto ufficiali… Ma non è che alla fine il problema vero sarà nell’elettorato??

Il ruolo delle First Lady?

Finalmente con Carla Bruni e Michelle Obama, si assiste ad un nuovo avvento delle First lady, donne che non sono solo accompagnatrici lungo le varie passerelle ma che accompagnano idealmente il proprio marito anche nelle decisioni e nei discorsi. Michelle è già un’icona, è la classica grande donna di cui ha bisogno un grande uomo. E, anche se non è nella domanda, un sentito plauso deve essere dedicato anche alle 2 bambine, che non sono protagoniste, ma sono essenziali tasselli nella composizione del puzzle Obama. Perché la verità è che in un mondo come quello americano un po’ smarrito nei valori, diviso e intento a raccogliere i pezzi del sogno Americano ormai infranto, eccoti affacciarsi alla casa bianca non un uomo, ma una famiglia, inseparabile, di cui si potrebbe dire che manca un difetto per essere perfetta. Un uomo col blackberry che ascolta l’iPod e gioca a bene a pallacanestro, una donna che coltiva l’orto e due bambine intente a giocare con il neo arrivato cane: non mi dire che in Bindellaia (luogo della nostra infanzia ndr) non ce ne sono di queste immagini. Tutto è più vicino, l’austerità è lontana anni luce. Michelle ha dominato le prime pagine dei principali rotocalchi dedicati al gentil sesso per mesi, alta, slanciata ma non perfetta, bicipiti torniti e fare un po’ impacciato perché semplice nelle occasioni regali. Non c’è niente da dire: è semplicemente una di noi.

Berlusconi o George Bush?

Assolutamente Bush. Se ne può dire qualsiasi cosa, ma tutti hanno sempre saputo cosa volesse e come amministrasse, solo che dopo il 2001 a molti è apparso ovvio che l’annientamento di certe frange islamiche fosse l’unica risoluzione. E lui ha semplicemente cavalcato l’onda. L’onda che, a quanto molti dicono qui, era generata da Cheney e Rice. Berlusconi ha fatto lo stesso col popolo italiano, e come a un popolo impaurito è piaciuto Bush il guerrafondaio, a un popolo che si crede furbo e che si sta facendo sempre più furbo per tirare avanti piace il più furbo di tutti. Guarda che il fatto che ognuno ha il presidente che merita non è una frase fatta, ma una verità. E da lontano te ne accorgi.

Obama o Franceschini (o Veltroni se vuoi)?

Rispondo con una citazione. Dopo l’elezione di Obama il famoso giornale Rolling Stones ha dedicato un intero numero alla cavalcata vincente del presidente. Un famoso politologo, Mattie, ha scritto una frase che secondo me racchiude il segreto di ciò che Obama sta significando per gli americani e che in italiano può essere tradotta così: “Obama diceva le solite cose che dice qualsiasi democratico, solo che lui sembrava crederci!”. Tu mi puoi paragonare Obama con Franceschini, Veltroni, Fini, Berlusconi, ma il nocciolo della discussione è sempre quello: vai in una cabina un giorno ogni 5 anni, fai una croce, esci vai al bar e commenti sul tuo voto con gli amici: ”tanto sono tutti uguali e non cambierà niente”. Ormai da noi è un rituale. Ecco, Obama ha fatto il modo di evitare questo tipo di commenti. E ti pare poco??

 

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