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Le elezioni di Barack Obama sono state un grosso cambiamento per gli Stati Uniti, quindi per il mondo. L’entità di questa svolta ancora è da decifrare, ma niente sarà come prima. Dall’undici settembre 2001 è finito davvero il ventesimo secolo, come dice Paul Auster… Da quel primo martedì di novembre del 2008 è iniziato il ventunesimo. Raccolgo e pubblico una riflessione di Marco Pieroni, amico e compagno di tante cose. Da più di un anno lavora a Chicago come ricercatore. Nota a margine: la ricerca è tutelata dal nuovo presidente USA nonostante la crisi economica... E’ stata scritta “in presa diretta” da Chicago proprio nei giorni di novembre, che hanno dato inizio al ventunesimo secolo…
“Approfitto della pausa pranzo per farmi un giro in centro, nei pressi di Grant Park, dove di li a poche ore, ordinatamente si riverserà una marea umana. Già una prima timida folla dei fortunatissimi che possono permettersi di vedere Obama parlare, comincia a presentarsi ai check in, i classici severissimi check in americani. Benché sia novembre nella Windy City, anche il tempo, stranamente caldo oggi, sembra dire la sua su questa giornata. Tutto sembra pronto, dunque, ma nessuno parla di festa, e tantomeno nessuno si azzarda a nominare la parola “vittoria”. Il popolo democratico troppo c’è rimasto male in questi anni per permettersi di essere ancora speranzoso nei sondaggi. Ma non si scappa: l’atmosfera che si respira sembra dire che stavolta è forse quella buona. Mi aggiro nel vicino Millenium Park tra gli ambulanti che fanno affari con le magliette, artisti di strada che dipingono il volto di Obama ovunque e troupes televisive da tutto il mondo che raccolgono pareri. Sfortunatamente non trovo quella italiana. Esco dal lavoro verso le 7 di sera e mi dirigo verso il parco. Di quella che era una timida folla nel pomeriggio ora non si vede la fine. E i rigidissimi controlli cui tutti sono sottoposti, certo non facilitano lo scorrimento. Il parco è stato diviso in due parti: a sud di Congress avenue va chi ha il prezioso biglietto (il biglietto era omaggio, aperto a tutti ma diffuso in rete per meno di un’ora sul sito di Obama) mentre a nord di Congress va chi non ha il biglietto e si dovrà accontentare dei 7 megaschermi messi a disposizione dell’organizzazione. Io vado ai megaschermi, dove mi aspettano degli amici e passo alla svelta, dal momento che i controlli sono molto più elastici in questo caso. In un clima di “tutti amici”, proprio come quando da noi c’è una partita dei mondiali, incontro i miei amici che mi fanno notare che già Obama è in discreto vantaggio. Ma ancora alcune parole sono proibite. In USA, ogni stato “conta” in maniera diversa dagli altri. Ed a seconda di “quanto” conta, elegge un certo numero di delegati. Chi ha la maggioranza in un determinato stato, fa man bassa di delegati e aumenta il suo punteggio, facilmente e chiaramente rappresentato da un numero, fino a quando non arriva a 271. Da quel momento in poi la festa può cominciare. Alle 8 30 di Chicago, i seggi sono già chiusi nella fascia oraria atlantica, e dai paesi ricchi e tipicamente liberali dell’East è arrivata questa prima spinta in avanti per il candidato democratico. Alcuni seggi hanno le macchinette, quindi il risultato è in tempo reale. Altri hanno le schede, quindi c’è da aspettare un po’ di più. Tra i fischi a MacCain e gli applausi agli esponenti “blu” (in USA i rossi sono i conservatori, i blu i democratici) un urlo si alza improvvisamente. La Florida si è colorata di blu, che significa molto di più di una, seppur consistente, manciata di voti: sta a significare invece una tendenza, un cambio, un cartello che dice “la strada è quella giusta”. Intanto i seggi del Mid West, dove è Chicago, che hanno chiuso alle 8, cominciano a dare i primi responsi. Ma nessun clamore, si tratta di tutti risultati che i cervelloni dei sondaggi americani avevano già previsto. Man mano che la Terra gira, alle 9 da noi, chiudono i seggi negli stati centro americani. Un immediato responso dalle macchinette fa impennare il pallottoliere dei repubblicani, e MacCain sembra avviarsi ad una convinta rimonta. Ma tutti sanno che è tutto sotto controllo: Texas, Lousiana, Alabama, per citarne alcuni, non hanno mai dato scampo ai democratici. Gli stati che contano sono decisamente altri. Infatti, un urlo liberatore accompagna poco dopo le 9 la notizia della vittoria dei democratici in Ohio, considerato da tutti il l’ago della bilancia. Ecco, adesso tutti cominciano a venire allo scoperto, non ci si nasconde più dietro un alone di superstizione, adesso lo scultore ha dato quella martellata che separa la roccia dal soggetto che vuol rappresentare. Ok, l’opera non è ancora finita, ma adesso sai benissimo dove lo scultore vuole andare a parare. La folla si abbraccia, cominciano le foto commemorative, dal brusio si passa alla voce chiara di chi canta, ora effettivamente si può, vittoria. Il successivo trionfo nel solitamente conservatore West Virginia srotola il tappeto rosso al neo presidente. Obama infatti si è portato a poco più di 200 voti, e tra pochi minuti, alle 10, chiuderanno i seggi della West Coast. E la gente sa tante cose. Sa che la California porterà al paniere altri 55 delegati, che insieme a quelli eletti nello stato di Washington, lo stato della liberalissima Seattle, potrebbero già essere sufficienti. La gente sa anche che in quegli stati si vota con le macchinette, quindi, quando la CNN annuncia che tra 10 secondi chiuderanno i seggi in West Coast, tutti in piedi e in un solo sospiro il conto alla rovescia viene gridato come un inno. Allo “zero” giusto il tempo di un impulso elettrico dalle sezioni elettorali alla tv, e la festa può cominciare. Abbracci, grida, felicità, ma anche commozione per molti afroamericani che la sentono in maniera molto più forte, questa vittoria democratica. Ed io li, a godermi un evento che non mi cambierà la vita, che non mi interesserà direttamente, ma del quale comunque sento la portata storica. L’ilarità non si placa, ma come tutto in questa grande città, anche l’ilarità è pacata, civile ed educata. E arriva il momento dei discorsi: primo MacCain. Al nemico viene concesso l’onore delle armi; quindi non solo dal suo quartier generale, ma anche da Chicago la folla ascolta con attenzione, interesse e, quasi, solennità. Non ci sono più fischi, per un discorso onesto, pulito, dai toni sinceri, toni che non sono abituato a sentire, io, da uno sconfitto. Fischi, a caduta libera, e, incredibilmente bipartesan, (cioè anche dal quartier generale di MacCain), quando lui ringrazia Sarah Pailin: a lei non è stato davvero perdonato niente. Dopo il saluto, l’attesa diventa febbrile per il discorso del neoeletto 44esimo presidente degli Stati Uniti D’America. Alla folla in delirio, commossa e provata, Obama si presenta con la famiglia, come uno qualunque, come ha sempre fatto. La continua ovazione gli impedisce di parlare per almeno 15 minuti. Poi inizia pronunciando il suo “if is there anybody out there”che ormai è già considerato il nuovo “I have a dream”. E parla a questo popolo, come questo popolo vuole che gli si parli. Come a questo popolo piace vivere, crescere e confrontarsi. La sua storia è trasparente, come quella del suo popolo. Le sue parole sono musica, e la gente ascolta estasiata. Ma ciò che è ancora più interessante, è che gli americani, alle cose che dice Obama, amore per la patria, democrazia, sogno e forza degli Stati Uniti D’America, non solo militare, gli americani ci credono. E, dall’idea che mi sono fatto qui, ci credono in maniera convinta, non ingenua. Ogni sillaba sembra scandita da un applauso, fino al tripudio finale. Se ne va quindi tra gli applausi, le grida, l’entusiasmo, e un grido tipo stadio che inneggia ad libitum “yes we can, yes we can”. Il resto è storia recente, che tutti conoscono. Dal canto suo la città dal parco si riversa nelle strade del loop, il rettangolo di grattacieli delimitato dalla metropolitana sopraelevata, cuore pulsante di Chicago. E lo fa come sempre, calma, educata, ma soprattutto felice di aver vissuto il solito sogno. Il sogno americano. Marco Pieroni, Chicago, Illinois” |
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