riflessioni Diario di un consigliere sentimentale Ventinove aprile. Diario di un consigliere sentimentale XXXIV
 
Ventinove aprile. Diario di un consigliere sentimentale XXXIV Stampa E-mail
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Scritto da Albano Ricci   

Albano RicciSono già passati cinque anni: un’eternità, un soffio.

Un’eternità se penso alle cose che sono cambiate nella mia vita, più o meno belle. Un soffio se penso a quando una domenica mattina di giugno mi sono seduto per la prima volta nello scranno del consiglio comunale: in alto a sinistra del sindaco.

Lo scenario politico italiano è cambiato in modo forsennato, mia figlia a settembre va alle elementari: in qualche modo lo devi pur misurare il tempo. La scuola dei figli è sicuramente più utile e funzionale dei governi della nostra Repubblica.

Cinque anni in consiglio comunale, 34 cronache. Ho raccontato questa avventura in modo imperfetto, emozionale, tratteggiando impressioni, dando prospettive inusuali, divertendomi. Sono cresciuto senza dubbio. Ho conosciuto persone che mi hanno aiutato a crescere, ad affinare la mia sensibilità politica, la mia capacità di sintesi e di critica. Ho creato e curato relazioni umane che hanno vinto il recinto politico.

Siamo stati al servizio della nostra comunità: un onore e un onore di cui siamo stati privilegiati. Volevo trascrivere a ricordo i nomi di tutta la giunta e di tutti i consiglieri di maggioranza e di minoranza, volevo ricordare i tre segretari comunali che ho conosciuto, ma so che l’odore, la forza della sala consiliare ci resteranno addosso per parecchio tempo…. Ma la terra con cui hai diviso il freddo mai più potrai fare a meno di amarla (Vladimir Majakovskij).

Il consiglio comunale è il luogo della parola e dell’ascolto, dando a questi termini una valenza pratica oltre che dialettica.

Fu chiesto a Confucio: “Dove cominceresti se dovessi governare il popolo?”.

“Migliorerei l’uso del linguaggio” – rispose il maestro.

Gli astanti rimasero sorpresi: “Ma non c’entra con la nostra domanda!” dissero, “Che significa migliorare l’uso del linguaggio?”.

E Confucio rispose: “Se il linguaggio non è preciso, ciò che si dice non è ciò che si pensa; e se ciò che si dice non è ciò che si pensa, le opere rimangono irrealizzate; ma se non si realizzano le opere, non progredirà né la morale né l’arte; e se l’arte e morale non progrediscono, la giustizia non sarà giusta, la nazione non conoscerà il fondamento su cui si fonda e il fine a cui tende. Non si tolleri perciò alcun arbitrio nelle parole. Ecco il problema primo e fondamentale”.

Come definirebbe Confucio cinque anni?

 

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